Kecak

Ubud.
Tra riso e sarong.
La permanenza in questa citta’ continua.
Con chicche e regali inaspettati.
Qualche mese fa mi capita di vedere un documentario.
Un capolavoro chiamato Baraka.
Tutto girato in 70mm.
Una chicca che se vi capita non dovete lasciarvi scappare.
Qualche minuto di questo film era dedicato ad una danza tribale.
Poteva essere ovunque.
Ma soprattutto.
Aveva una carica ed un fascino tutto suo.
Arrivo a Bali e scopro che e’ un canto tradizionale di questa zona.
In particolare dei villaggi attorno ad Ubud.
Il tema della rappresentazione e’ molto semplice.
Segue il filone della mitologia Indonesiana.
Una storia d’amore.
Un rapimento.
Figure mitiche.
Un cervo d’oro.
Garuda, il re degli uccelli.
(Da qui deriva Garuda Indonesia, la compagnia di volo locale…)
Magia nera che si scontra con magia bianca.
E cosi’ via, fino al ricongiungimento finale.
La cosa asurda di questo canto-ballo chiamato Kecak e’ un’altra.
Non c’e’ musica.
Il ritmo e’ tutto scandito da un tamburo di voci umane.
Cinquanta uomini, seduti in cerchio.
Che battono il tempo con voce e diaframma.
Per un’ora e mezza no stop.
Non si fermano un momento.

A meta’ tra haka neozelandese e hip hop dei giorni nostri.
Una carica pazzesca.
Carica che porta fino alla danza estatica il danzatore eletto.
Il quale.
A fine rappresentazione.
Cammina e salta sul fuoco vivo
Completamente in estasi.
Per una ventina di minuti.
Emozione unica.
Che vedere la facce dei bambini nel pubblico.
Ma pure quelle di papa’ e nonni.
Completamente in un’altra dimensione.
Ti stampa un bel sorriso sul faccione.
Stay tuned.
Che chi non viene sul tripcafe non sta correndo a noleggiarsi Baraka.
